Sì parla tanto di inclusione nello sport per poi rendersi conto che la realtà è fatta di tante sfaccettature che con l’inclusione non c’entrano affatto.

Prendo spunto dall’esperienza che un forte atleta valtellinese ha avuto con il mondo del “professionismo” sportivo, più specificatamente con quei corpi militari che fondano i loro dettami nel rispettare e far rispettare la legge e in una certa prestanza fisica che si esprime al meglio nei Gruppi Sportivi costituiti al loro interno. Questi Gruppi Sportivi Militari sono delle sezioni speciali i cui componenti si dedicano all’attività agonistica, in genere atleti di interesse nazionale che si sono particolarmente distinti per i loro risultati. Per tanti giovani che praticano sport di alto livello, entrare in questi corpi significa avere la possibilità di trasformare la propria passione agonistica in un lavoro vero e proprio; il Gruppo Sportivo che li arruola, a sua volta, ha la possibilità di fregiarsi dei risultati dei suoi atleti e di veicolare un’immagine connotata a valori positivi quali l’impegno, il sacrificio, lo sforzo, l’allenamento… aspetti che hanno un grande valore comunicativo e un peso specifico non indifferente in quest’epoca “smart”.
Ebbene, questo atleta valtellinese, campione di corsa in montagna e di scialpinismo, già convocato più volte con la nazionale azzurra e con un palmarès che parla da solo, si è sentito rispondere alla selezione per entrare in un gruppo sportivo (non so nemmeno quale, ma poco importa): “Ci dispiace, lei non potrà mai diventare un atleta professionista, purtroppo è stato malato”.

Possiamo solo immaginare lo sbigottimento e la delusione per un sogno che si frantuma, soprattutto se per questo sogno ci si è impegnati fino allo sfinimento, soprattutto se per questo sogno si sono affrontate e superate le montagne della chemioterapia… L’atleta è stato malato, è vero, e di una malattia di quelle che non ti fanno stare tanto sereno…. Però l’atleta è guarito e poiché il sacro fuoco dello sport lo divorava, è subito tornato ad allenarsi e a vincere! Perciò mi chiedo: c’è forse un messaggio migliore e più potente di questo per tutto il mondo sportivo? Forse che un atleta guarito da una malattia è meno atleta degli altri?

La narrazione retorica ci dice che possiamo rinascere dalle nostre ceneri, che non ci si deve arrendere mai, che le difficoltà ci temprano e tanti altri bla bla bla; poi quando tutto questo viene incarnato dal vivo in un ragazzo, ecco che si scopre che era solo un bluff, che si può combattere e guarire ma per il sistema, e per i suoi regolamenti, resterai bollato per la vita.

Quale occasione sprecata per questo Gruppo Sportivo che l’ha rifiutato! Quale immagine avrebbe potuto dare di sé stesso verso l’esterno. Arruolare questo atleta sarebbe stato il fiore all’occhiello e non parlo necessariamente in termini di vittorie: avrebbe rappresentato ovunque una testimonianza concreta di vera inclusione!

Purtroppo, le battaglie più dure non sono quelle contro gli avversari, ma contro i pregiudizi.

 

Anna

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